KPop Demon Hunters ha vinto l'Oscar 2026 come Miglior Film d'Animazione alla 98ª edizione degli Academy Awards. E la sua canzone simbolo, Golden, si è portata a casa anche il premio per la Miglior Canzone Originale.
Del resto, c'era da aspettarselo: record di visualizzazioni su Netflix e classifiche musicali dominate per mesi in diversi paesi. Chi ha figli conosce bene questo fenomeno globale. Lo sa perché i bambini conoscono il film a memoria e cantano ininterrottamente la colonna sonora, come se quelle melodie vivessero dentro di loro. Un'ossessione di massa, insomma, che ha attraversato le camerette di mezzo mondo. Ed è esattamente per questo che ho voluto andare più a fondo. E, scavando, ho trovato esattamente quello che stavo cercando: la conferma che un film può essere osannato da tanti e restare comunque profondamente sbagliato. Proprio come "Povere Creature", che ha visto come protagonista Emma Stone.
Le Huntrix e i Saja Boys: bene vs male?
Rumi, Mira e Zoey sono le HUNTR/X, una girl band K-pop di fama mondiale. Ma quella è solo la copertura. In realtà, come suggerisce il titolo del film, sono cacciatrici di demoni e custodi di una barriera magica chiamata Honmoon, l'unica cosa che tiene separato il mondo degli umani da quello delle creature dell'oscurità. I demoni esistono, si muovono tra noi, assumono sembianze umane e rubano le energie vitali agli esseri umani, che non se ne accorgono perché non li vedono. Solo le cacciatrici riescono a riconoscerli. Solo loro hanno il potere di fermarli.
Le HUNTR/X sono molto forti e allora i demoni cambiano strategia. Entrano nel mondo travestiti da ciò che i giovani amano di più. Si presentano così come i Saja Boys, una boy band guidata Jinu, il demone più cattivo e scaltro di tutti. Il piano dei Saja Boys è semplice quanto diabolico: sottrarre i fan alle HUNTR/X, indebolire la Honmoon prosciugandola dell'energia che solo la devozione del pubblico sa generare e aprire il portale al re dei demoni, che attende nell'oscurità pronto a divorare anime. Il suo nome è Gwi-Ma. E non a caso: in coreano magwi significa “demone”.
I Saja Boys ci spiegano un concetto molto importante in tema di equilibri di potere: la conquista dell'attenzione non è intrattenimento; è una forma di dominio. Ed è esattamente così che funziona nella realtà.
Il fascino del cattivo
Il primo dettaglio che dovrebbe far riflettere è il modo in cui i demoni vengono presentati: non mostri da respingere, ma ragazzi irresistibili e affascinanti. I Saja Boys sono belli, carismatici, stilosi. Jinu, il loro leader, è un manipolatore emotivo ma con una backstory tragica: quattrocento anni fa, vivendo in povertà estrema, avrebbe venduto la propria anima a Gwi-Ma per salvare la sua famiglia. È una costruzione narrativa efficacissima, perché sposta il male dal piano morale a quello emotivo. Prima ti dicono chi è il mostro. Poi ti raccontano il suo dolore. Poi ti fanno vedere che in fondo soffre anche lui, che aveva le sue ragioni, che la vita lo ha tradito.
Ed è qui che, come accade sempre più spesso nell'intrattenimento per bambini (e per adulti), il male viene ammorbidito e giustificato. Addirittura, alla fine proprio Jinu, si sacrificherà (?) per Rumi, come se quel gesto lavasse via quattrocento anni di patti col diavolo. Si smette di insegnare ai bambini che il cattivo è il nemico da riconoscere e respingere, e si inizia a insegnargli che il cattivo è un'anima incompresa che merita amore. È un ribaltamento valoriale che avviene dolcemente, con la musica giusta, e che si deposita nell'inconscio dei giovanissimi spettatori senza che nessuno lo nomini per quello che è (ie. inganno).
E cosa si deposita nella mente delle giovanissime spettatrici? Che il comportamento di una manipolatore emotivo è accettabile, persino desiderabile, se chi lo mette in atto è abbastanza bello, abbastanza tormentato, abbastanza speciale da amarti nei tuoi peccati. L'abuso emotivo travestito da intensità sentimentale è uno dei copioni più pericolosi che l'intrattenimento continua a normalizzare. Ricordiamo che le bambine non hanno ancora gli strumenti per riconoscere la differenza tra essere amate e essere possedute.
Rumi e (è) il serpente
Poi c'è lei: Rumi. La protagonista. La cacciatrice di demoni, l'eroina, quella con cui le bambine si identificano. Rumi ha una treccia lunga, elegante, che scende lungo la schiena. Forse una coincidenza. Forse no. Chi ha una minima familiarità con l'iconografia esoterica sa che il serpente non ha bisogno di presentarsi come tale per fare la sua comparsa: ha la capacità di mimetizzarsi. E con Rumi si mimetizza, eccome. Perché Rumi è per metà demone, e il suo arco narrativo viene presentato come un percorso di accettazione di sé: smette di nascondere la sua metà demoniaca, smette di vergognarsene, rifiuta la distinzione rigida tra umano e demoniaco. Ed è proprio in quel momento che il suo occhio inizia a brillare, richiamando così il simbolismo ricorrente del mondo occulto che viene continuamente nascosto dietro l'intrattenimento.
Il pubblico più giovane viene così abituato all'idea che ciò che è sbagliato dentro di noi non vada combattuto e corretto, ma semplicemente integrato, perché "fa parte di te". C'è una differenza enorme invece: una cosa è insegnare a un bambino che non deve vergognarsi delle proprie debolezze e dei propri errori. Un'altra, completamente diversa, è dirgli che il confine tra luce e buio è un vecchio pregiudizio da superare, che puoi essere entrambe le cose, che abbracciare il tuo lato oscuro è guarigione. Non lo è. Non lo è affatto.
La musica non è mai neutra
In questo film la musica è il veicolo principale: è sia lo strumento attraverso cui i demoni rubano le anime che quello con cui le cacciatrici le proteggono. Ed è anche, nella realtà fuori dallo schermo, lo strumento attraverso cui i messaggi del film entrano in testa e vi rimangono.
Tra le canzoni del film quasi nessuna è innocente quanto sembra. Golden, apparentemente inno all'empowerment, in realtà ci dice di buttare nel passato "i pattern", vale a dire le regole, i limiti, la disciplina, e di abbracciare il lato selvaggio perché siamo nati per brillare. Gli stessi produttori l'hanno descritta come una "I Want song", la canzone del desiderio, in cui il protagonista dichiara ciò che vuole nel momento esatto in cui il pubblico è più coinvolto emotivamente. Dal punto di vista musicale, il brano funziona come un earworm: una struttura basata su ripetizione e prevedibilità che il cervello tende a riprodurre automaticamente. Questo effetto è particolarmente forte nei bambini, il cui sistema di filtraggio critico non è ancora pienamente sviluppato e rende i messaggi veicolati dalla musica più facili da assorbire e più difficili da mettere in discussione.
Soda Pop, la canzone con cui i Saja Boys si presentano al mondo, è costruita come una metafora del consumo: riempire, bere, desiderare ancora. Nel film, dove i demoni cercano di sottrarre i fan alle HUNTR/X, questa dinamica può essere letta come un’allegoria del nutrirsi dell’attenzione e dell’energia emotiva del pubblico. La leggerezza è la maschera, non il contenuto. Free, il duetto tra Rumi e Jinu, è una ballata romantica sulla libertà che si trova stando insieme a qualcuno che "ama i tuoi peccati" e capisce il tuo lato oscuro.
Ma, tra tutte ce ne è una che dovrebbe farci fare due domande: Your Idol. La cantano i Saja Boys. I demoni. E nel testo si legge questo:
Pray for me now — prega per me.
Keeping you in check, keeping you obsessed — ti tengo sotto controllo, ti tengo ossessionata.
Play me on repeat, in your head — mettimi in loop dentro la tua testa.
I can be your sanctuary — posso essere il tuo santuario.
You gave me your heart, now I'm here for your soul — mi hai dato il tuo cuore, ora sono qui per la tua anima.
I'm the only one who'll love your sins — sono l'unico che amerà i tuoi peccati.
Living in your mind now, too late 'cause you're mine — vivo nella tua mente, troppo tardi perché sei mia.
You're down on your knees, I'ma be your idol — sei in ginocchio, sarò il tuo idolo.
All’inizio di Your Idol un latino ‘sacro’ che richiama il Dies irae e l’immaginario del giudizio e delle fiamme eterne.
Una canzone che dentro il racconto è il rituale con cui i demoni catturano le anime, viene consumata fuori dallo schermo come puro intrattenimento da chi, inconsapevole, la ripete e la ascolta in loop.
E, nel caso in cui te lo stessi chiedendo, non importa che le canzoni siano in inglese: la musica non ha bisogno di essere capita razionalmente. "Entra" lo stesso. Sempre.
L'idolatria divora l'energia
Arriviamo a quello che considero il messaggio più subdolo di tutto il film, quello che opera più in profondità.
Il film è costruito attorno al culto della star. I fan delle HUNTR/X vengono presentati come la forza che tiene in piedi la barriera protettiva del mondo: sono loro, con la loro devozione totale e incondizionata, a mantenere l'ordine cosmico. Senza i fan, la Honmoon crolla. Senza l'adorazione, i demoni vincono. Ai ragazzini che guardano questo film viene consegnato un messaggio subliminale di una potenza devastante: idolatrare un cantante non è solo normale, è salvifico. Essere una fan ossessiva è una vocazione. Il confine tra ammirare e adorare non esiste. Anzi, più forte è la devozione, meglio è per tutti.
Viviamo in un'epoca in cui ragazze giovanissime sviluppano dipendenze emotive da figure costruite a tavolino da industrie multimiliardarie. Piangono per idoli che non sanno neanche della loro esistenza. Sacrificano la propria identità e salute mentale per assomigliare a una star. Ma la star non è una figura che ha superato un vaglio valoriale e non è qualcuno che ha dimostrato di meritare l'influenza che esercita. È una persona spesso giovane, magari essa stessa fragile, il più delle volte prodotto di un'industria che l'ha plasmata a tavolino con un obiettivo preciso. E qualunque valore veicoli, qualunque comportamento normalizzi, qualunque visione del mondo proponga, arriva direttamente, senza anticorpi, senza che il bambino che lo riceve abbia gli strumenti per valutarlo. Perché non sta ascoltando una persona. Sta ascoltando il suo idolo. E un idolo non si mette in discussione.
L'idolatria non è innocua: è una delle forme di dipendenza affettiva più insidiose che esistano, proprio perché si traveste da identità e appartenenza. Presentarla come forza cosmica positiva, come atto di protezione del mondo, in un prodotto rivolto a bambini è un messaggio educativo di una gravità che nessuna animazione patinata può attenuare.
L'industria è subdola e non ha nessun interesse a formare ragazzi liberi e consapevoli. L'industria ha tutto l'interesse a creare consumatori dipendenti e ossessionati. E se ci pensi, nel film la salvezza non nascerà dal discernimento individuale, ma dalla fusione collettiva: è così che la Honmoon si rafforzerà.
La vera barriera
Esiste un meccanismo preciso attraverso cui la manipolazione agisce sui più piccoli ed è talmente semplice da essere quasi invisibile: la ripetizione. Non serve nemmeno che capiscano quello che stanno assorbendo. Basta che lo vedano abbastanza volte. Basta che lo cantino abbastanza volte. Ogni volta che i piccoli sono esposti a contenuti negativi, un confine si sposta. Di poco. Impercettibilmente. Ma si sposta.
La barriera che protegge la purezza dei bambini da chi quella purezza la vuole violare non crolla sempre in modo plateale. La maggior parte delle volte si sgretola piano piano.
Nel film quella barriera si chiama Honmoon.
Nella realtà siamo noi: genitori, educatori, adulti che hanno ancora la lucidità e la responsabilità di guardare quello che guardano i nostri figli non con gli occhi di chi vuole rovinare il divertimento, ma con gli occhi di chi sa che il lupo più pericoloso è quello vestito da pecora. O da idol. Da golden idol.
Rona
"We listened to the demons. We let them get between us"
What It Sounds Like - KPop Demon Hunters





