Hanno provato a distruggerla.
Allora la verità, per sopravvivere, si è fatta opera d’arte. Si è nascosta in frammenti nei romanzi, nelle poesie, nelle tele. "1984" di George Orwell è uno dei suoi nascondigli.
Il romanzo è ambientato in Oceania, uno Stato totalitario governato dal "Partito" che esercita un controllo assoluto su ogni aspetto della vita. Nulla sfugge al suo potere: il linguaggio, il pensiero, i ricordi, perfino la percezione della realtà. Il dominio del Partito si fonda su un sistema di sorveglianza, propaganda e manipolazione, affidato a ministeri dalle denominazioni rassicuranti, ma dalle funzioni profondamente repressive: il Ministero della Verità, dove si riscrive il passato; il Ministero della Pace, che si occupa della guerra; il Ministero dell’Amore, i cui funzionari infliggono torture; il Ministero dell’Abbondanza, che, attraverso una perversa gestione delle risorse, mantiene la popolazione in condizioni di persistente povertà, spacciandola per prosperità.
E al vertice incombe lui: il Grande Fratello, il volto simbolico del Partito. Una presenza misteriosa e inquietante che compare sui manifesti, sugli schermi, negli spazi del quotidiano, come un monito costante: Il Grande Fratello ti guarda.
"1984" di George Orwell viene di solito classificato come romanzo distopico. Ma più che una distopia, è una profezia. Una profezia che si sta avverando davanti ai nostri occhi.
"Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”
Winston Smith lavora al Ministero della Verità, dove il suo compito è riscrivere il passato per adattarlo alle esigenze del presente. Corregge giornali, documenti, archivi e notizie affinché tutto coincida con la versione dei fatti utile al Partito in quel preciso momento.
Questo meccanismo è molto più diffuso di quanto si possa immaginare. Anche oggi si tenta di espellere dalla memoria collettiva i fatti storici incompatibili con la propaganda mainstream. E, quando non è possibile cancellare, si offusca tutto in una nube di distrazione.
Il passato, infatti, non viene sempre eliminato con un colpo di spugna. A volte la rimozione della memoria storica è attuata attraverso stratagemmi molto più subdoli. Come? Spostando l’attenzione. Rimuovendo simboli, libri, autori. Sommergendo tutto sotto un flusso continuo di informazioni. Minimizzando vicende che invece andrebbero approfondite.
Il caso Epstein, per esempio. Se ne è parlato recentemente, ma non se ne è parlato abbastanza. E soprattutto, non nel modo giusto.
Ci è stata mostrata la punta dell’iceberg, servita come un contenuto da consumare con morbosa curiosità. Un materiale che turba le nostre menti ma allo stesso tempo le abitua. E quando ci si abitua al torbido e al perverso, i paradigmi della percezione si trasformano. E si adeguano. Così, a poco a poco, un fatto che avrebbe dovuto svegliare davvero le coscienze e aprire gli occhi alla massa, viene declassato a episodio, sì turpe, ma non idoneo a smuovere una coscienza assuefatta.
Nonostante lì dentro si intraveda il riflesso di un sistema organizzato di una crudeltà e di una perversione tali da costringerci a interrogarci sulle reali finalità perseguite, il Grande Fratello, con il controllo del flusso informativo, riesce a intorpidire ipnoticamente gli intelletti, spegnendo la sete di verità in un diffuso, pigro, disinteresse.
La Neolingua
Una delle intuizioni più profonde di Orwell consiste nell’aver esplorato il linguaggio come strumento di controllo delle menti. Il Partito crea infatti la Neolingua: una lingua ridotta all’essenziale, costruita per impedire di pensare.
Il linguaggio dà forma al pensiero. E quando il linguaggio si impoverisce, si restringe anche la nostra capacità di pensare.
Ci sono pensieri che, senza le parole giuste, diventano sempre più difficili da formulare. E ciò che non si riesce più a nominare, lentamente, finisce per scomparire anche dalla mente.
È impossibile non scorgere qui un riflesso del presente. Abbiamo ereditato una lingua complessa, ricca, capace di sfumature, profondità. Eppure oggi, tra social, tv e musica, ci stiamo (e ci stanno) abituando a un linguaggio sempre più elementare, rozzo, banale. Filastrocche puerili conquistano le classifiche e vengono persino elevate a modello, premiate come se rappresentassero il meglio della produzione artistica.
Questa è la vera distopia: il degrado spacciato per evoluzione. L’abbrutimento del linguaggio mascherato da inclusione e sensibilità. Una società che applaude festosa e vanesia tutto ciò che la fa regredire. Una società che sogna il progresso, ma celebra il proprio impoverimento.
La dittatura del politicamente corretto
In 1984 il lessico è costruito per esprimere una sola visione del mondo: quella del Partito. E non lo fa sempre con parole brutali. Al contrario, il potere ama travestirsi da virtù. Usa parole come ordine, progresso, bene comune: termini in apparenza positivi, ma trasformati in contenitori ideologici utili a diffondere la propaganda, quella a cui ci si adegua perché la si considera giusta, moralmente irreprensibile.
È proprio così che prende forma la dittatura del politicamente corretto. Un codice etico dominante che, pur non reprimendo apertamente, orienta in modo sottile e subdolo. Chi non si adegua non è moralmente evoluto e va respinto. Il condizionamento, che punta sull’esclusione e sull’implicito dileggio, è così pervasivo da indurre a interiorizzare il messaggio al punto da non riconoscerlo più come imposto, ma come proprio.
E questa adesione automatica ha un prezzo altissimo. Erode l’irrinunciabile diritto di esprimere liberamente la propria opinione se contrastante con la narrazione dominante. Perché opporsi, oggi, significa rischiare di apparire intolleranti, insensibili, retrogradi. E chissà quanti, nel tempo della tolleranza tanto celebrata, per paura di essere etichettati, derisi o travolti dal linguaggio social, scelgono di tacere.
In definitiva, il politicamente corretto è, spesso, una pervicace forma di censura.
Il doppio pensiero
Ed è qui che entra in gioco un’altra profezia di Orwell: il doppio pensiero. La capacità indotta di accettare due idee opposte come entrambe vere, senza percepire più la contraddizione.
“La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza” dice il Partito.
Il potere sa che l’essere umano può arrivare a intuire la verità ma, allo stesso tempo, saprà accettare la menzogna. Può avvertire l’incoerenza e imparare a conviverci, fino a non sentirla più.
Sta accadendo proprio ora. Siamo indotti ad attribuire agli eventi significati che contraddicono la nostra stessa percezione. E così la dicotomia tra interpretazione e percezione persiste, nell'illusoria compatibilità di due verità inconciliabili.
Noi non siamo Winston
Winston, il protagonista, cercherà di liberarsi. Ma fallirà. Il potere riuscirà a entrare non solo nelle strutture della società in cui vive, ma nelle fibre stesse della sua anima, quella che più di tutto voleva conquistare.
Noi però non siamo Winston.
Noi possiamo ancora ribellarci al Grande Fratello che ci vuole arresi, distratti, assopiti.
Da dove si comincia? Dalla volontà. Dalla resistenza della mente.
Leggere, studiare, approfondire. Smettere di delegare la comprensione del reale a personaggi influenti. Sottrarci volontariamente all’anestesia dell’intrattenimento banale, del rumore continuo, della saturazione che ottunde invece di illuminare.
Ma serve anche la resistenza dello spirito.
Serve risvegliare in noi la sete di verità, di giustizia, di etica e di bellezza. Il Grande Fratello si combatte quando si rifiutano i valori che prova a imporci: il torbido, la volgarità, la banalità, tutto ciò che degrada l’anima mentre finge di emanciparla.
Perché senza una coscienza che tende al Bene non nascerà mai una vera ribellione.
Né dentro né fuori di noi.
"Finché non diventeranno consapevoli, non si ribelleranno mai, e finché non si saranno ribellati, non potranno diventare consapevoli."
1984 - George Orwell





